Marketing black hat: cosa significa e chi lo pratica

L’espressione Black hat può essere utilizzata per far riferimento a tecniche e azioni poco ortodosse, maliziose o espressamente contrarie a regole, policy e netiquette dei diversi ambienti digitali che hanno come obiettivo ottenere risultati vantaggiosi come più traffico, maggiori visualizzazioni, più follower, miglior engagement, ecc.

Il black hat, cioè, assume sfumature diverse e si traduce soprattutto in una serie di pratiche molto dissimili tra loro a seconda dell’ambito specifico in cui si opera. L’espressione del resto, oltre a far riferimento in maniera generica a «qualcuno che in una particolare situazione compie azioni di dubbia morale» come scrive il Cambridge Dictionary, è mutuata dalla cultura hacker: qui il black hat è un hacker che viola la sicurezza dei sistemi informatici per tornaconto personale o con malizia, diverso dall’hacker dal cappello bianco (“black hat” significa, infatti, letteralmente “cappello nero”) che ha come scopo mostrare la vulnerabilità delle architetture informatiche affinché possano essere prese le giuste misure di protezione e contrasto.

Dal social media marketing alla SEO, come già si accennava, si può fare black hat in modo molto diverso a seconda degli ambienti in cui ci si trova e degli obiettivi che si intendono raggiungere.

Il black hat nel social media marketing

Come sottolinea Hootsuite, per esempio, sui social media non è difficile imbattersi in utenti o pagine e account aziendali che compiono azioni sospette o utilizzano tecniche poco consone per rendere più d’appeal la propria presenza digitale. Di incentivare il black hat sui social sono stati accusati di volta in volta gli algoritmi che penalizzano il traffico organico, policy e linee guide delle piattaforme qualche volta non molto chiare sotto certi aspetti o, ancora, la colonizzazione degli ambienti social da parte dei brand e, soprattutto, gli investimenti da parte di questi ultimi in social advertising dal momento che, semplificando molto, i contenuti sponsorizzati sembrerebbero cannibalizzare post e contenuti organici. Tra le principali tattiche comunemente riconosciute come black hat sui social network ci sono, così,

  • il cross posting, ossia la condivisione di esattamente lo stesso messaggio su tutti i canali social in cui si è presenti; il vantaggio che si ottiene in questo modo è il riuscire a presidiare tutte le piattaforme e mantenere attivi i propri account con il minimo sforzo; il contraltare è il rischio di utilizzare linguaggi e format poco idonei al singolo canale o che violino in maniera evidente le pratiche e le abitudini degli utenti al suo interno (si pensi, per esempio, a quanto inefficaci possano essere messaggi troppo lunghi che superino le dimensioni massime di un tweet e che costringano l’utente a utilizzare la funzione See More);
  • lo spam, sia nella forma della condivisione di messaggi poco interessanti o poco pertinenti per la propria community, sia in quella dell’over posting anche quando la natura dei contenuti è di per sé in linea con gli interessi della propria audience, sia ancora nella forma della pubblicazione a intervalli regolari e frequenti dello stesso identico messaggio anche se mascherato da copy, visual o elementi paratestuali parzialmente diversi;
  • l’automazione, soprattutto quando significa utilizzare bot o altri sistemi automatici che aumentano il numero di follower , fanno guadagnare like, rispondono ai commenti, ecc. Molte piattaforme, Instagram in primis, di recente hanno dichiarato guerra a pratiche come questa, penalizzando gli account che vi facevano ricorso.

In tutti questi casi sono alcuni principi fondamentali della content dissemination e del community management a essere traditi. In un’era in cui gli utenti ricevono più informazioni di quante siano capaci di elaborarne e sui social domina il rumore, infatti, la qualità sembra irrinunciabile, come lo è costruire una relazione con l’utente, proporsi come degno depositario di fiducia e, ancora, mostrarsi vero, genuino, sincero, oltre che essere in grado di strutturare comunicazioni mirate e personalizzate.

Le tecniche di black hat, insomma, non nuocciono tanto perché sono contrarie alle pratiche comunemente accettate da chi frequenta i social network o ad altre forme di autoregolamentazione – tanto che, a meno che non violino esplicitamente linee guida e policy della piattaforma, è difficile anche che vengano penalizzate – quanto perché danno l’illusione a chi le utilizza di raggiungere certi obiettivi, quando invece rischiano di tradursi spesso in una perdita di credibilità o di fiducia da parte dei destinatari del messaggio.

Vale la pena sottolineare, in questo senso, che ci sono pratiche meno mal viste – e meno penalizzanti quindi – di altre. Postare lo stesso contenuto su più piattaforme diverse, per esempio, è considerato certo meno invasivo di inviare quello stesso contenuto in direct message agli utenti che già seguono la propria pagina e, per questo, è sopportato meno malvolentieri: c’è chi ha proposto di utilizzare in questo caso e per bollare questo tipo di pratiche l’espressione “grey hat“.

Black hat e influencer marketing

Tra le pratiche poco ortodosse più in voga in Rete c’è, comunque, la compravendita di follower. Lo hanno fatto per lungo tempo le pagine e gli account pubblici, nella convinzione di poter in questo mondo incentivare coinvolgimento e partecipazione, anche in virtù di una sorta di principio di imitazione che avrebbe dovuto convincere gli utenti a interagire con una pagina che aveva già molte interazioni, o al minimo per soddisfare le vanity metrics.

Oggi la compravendita di follower è diventata una questione rilevante soprattutto nell’ambito dell’ influencer marketing . Molti presunti influencer , infatti, comprano seguaci nella convinzione di rendere così, grazie a una base di seguaci allargata, il proprio profilo più attraente agli occhi delle aziende.

Chi lo fa, però, dimostra soltanto di non essere consapevole che i brand sono sempre più attenti alla scelta dell’influencer giusto: i fattori di cui questi tengono conto non sono più – ammesso che lo siano mai stati – prettamente quantitativi, ma hanno a che vedere con il reale coinvolgimento della community che l’influencer è in grado di assicurare, la consonanza di valori e interessi, la qualità dei contenuti prodotti, ecc.

Quando anche i tassi di engagement degli influencer calano, del resto, le aziende non possono che essere alla ricerca di trasparenza e credibilità per essere sicure di investire al meglio il proprio budget : non ci sono dubbi, insomma, che micro influencer e nano influencer siano meglio di influencer fake.